25 aprile

25 aprile

 

Ma qual è il messaggio più profondo che arriva da coloro che hanno combattuto e sono morti perché noi oggi potessimo celebrare il 25 aprile?

Me lo chiedo in questo anniversario così particolare, così drammaticamente poco retorico, così tragicamente attuale. La prima parola che mi viene in mente è “dignità dell’uomo”, ribellione alla forza maggiore, resistenza alla sottomissione, coraggio della scelta. Coraggio di rompere legami e patti indegni, di assumersi la responsabilità del conflitto, di prendere le armi per resistere contro l’invasore e contro un regime liberticida. Scelte tutt’altro che pacificanti, drammatiche e laceranti, ma necessarie per restituire dignità e identità a un paese che aveva perso l’anima. Un paese  come il nostro che, alleatosi con la Germania hitleriana, aveva pugnalato alle spalle la Francia in ginocchio, aveva portato la guerra nei Balcani e in Russia, un paese che aveva aiutato lo sterminio degli ebrei. 

Tutt’altro dunque rispetto a un atteggiamento irenico e passivo. Invece una lotta cruenta e tragica, una guerra civile necessaria per porre le basi di una pace giusta, per riscattare la dignità di un popolo, riconquistare la libertà, costruire la  democrazia. 

E allora questo 25 aprile mi fa venire in mente non tanto la gloriosa resistenza del popolo ucraino, di un territorio invaso, di un  regime democratico minacciato, che unendosi contro l’oppressore esterno fonda oggi e per sempre la Nazione (ennesima eterogenesi dei fini rispetto agli obiettivi sbandierati dal Taras Bulba di Mosca). E che dobbiamo ovviamente aiutare, anche con le armi, oltre che con la diplomazia, a resistere all’invasore.

Mi fa venire in mente piuttosto i russi, un popolo e una nazione oggi macchiati, speriamo non irrevocabilmente, dalle stragi dei civili a Bucha, Kharkiv, Mariupol come prima a Aleppo e Groznyj. Un popolo sequestrato, che è stato diviso dai propri vicini e fratelli, un popolo che avrebbe bisogno di una più forte e organizzata resistenza interna all’oppressione, a un regime che lo costringe e lo costringerà sempre di più alla marginalità e alla miseria. Mi viene in mente la parola rivoluzione. Una rivoluzione, finalmente,  democratica dopo 105 anni dalla chiusura dell’assemblea costituente russa a opera di Lenin. Ultimo vagito di un neonato morto in culla. Viva la libertà dei russi. 

A coloro che sostengono non realistico immaginare una Russia democratica promuovendo più meno consapevolmente una geopolitica hegeliana, una “metafisica” su base geografica che ignora la forza dei valori e la storia come luogo della possibilità, rispondo chiedendo se era facile immaginare un Giappone democratico, se era facile costruire una Germania democratica dopo il terzo Reich, o regimi democratici nell’Est Europa dopo la caduta del muro, o se è stato facile conquistare libertà e democrazia nel nostro paese.

La risposta è nella Resistenza degli antifascisti, e nel sistema di alleanze interne e internazionali che li ha aiutati, è nel 25 aprile. No, non era facile.